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Oltre il burnout dell’insegnante: favorire la prosocialità a scuola per il benessere di tutti

Tempo di lettura: 7 minuti

insegnanteL’articolo affronta quella che viene definita la sindrome di burnout negli insegnanti: uno stato di affaticamento cronico o sfinimento emozionale da lavoro.

Dopo aver considerato sinteticamente la sindrome, la peculiarità della professione docente rispetto ad essa e le dinamiche che la alimentano, si introdurrà la questione della prosocialità come possibilità di intervento preventivo.

La sindrome del burnout

Quando si lavora per gli altri, è richiesto uno sforzo a livello interpersonale che comporta l’utilizzo congiunto delle proprie risorse emotive, cognitive e fisiche. Nel compiere ciò, se non si ha la possibilità o la cpacità di recuperare, si inizia ad entrare in un percorso progressivo di affaticamento che, alla lunga, fa profondamente male, logorando la persona. Il termine burnout, infatti, richiama il fatto che ci si sente letteralmente “bruciati” nell’anima.

In questo senso, la sindrome di burnout o burnout è il risultato di un grave problema di adattamento, tipico delle persone che svolgono professioni d’aiuto (helping profession).

Nello specifico, la persona colpita dalla sindrome del burnout arriva alla lunga a sentirsi stremata, percepire una sensazione di sfinimento fisico risultante dalla quasi costante percezione di tensione personale, avere una riduzione del senso di realizzazione personale e, progressivamente, diviene più impulsiva, perde la propria autostima e matura avversione per i contatti umani.

Nelle forme con gravi manifestazioni, la persona colpita dal burnout tenta di superare lo stato problematico attraverso una sorta di percezione onnipotente delle proprie capacità, dove il proprio malessere viene attribuito al fatto che si è troppo superiori agli altri (percepiti come indegni ed inferiori), con un evidente distacco dalla realtà. In questi casi, non è raro il ricorso scriteriato a farmaci, senza un adeguato piano di trattamento.

Man mano che il burnout aumenta di intensità, inoltre, si traduce anche in disagio per le persone che sono attorno all’individuo colpito.

Più precisamente, la qualità del servizio offerto degrada, le persone con le quali ci si rapporta vengono trattate come oggetti e si può giungere ad adottare comportamenti duri e disumani verso gli altri.

Infine, la persona emotivamente esausta diviene estremamente rigida, perché incapace di adattarsi. Ciò comporta che essa non varia la sua modalità di comportamento quando ritorna nell’ambiente familiare e, di conseguenza, il vissuto di sfinimento emotivo contribuisce pesantemente a danneggiare la situazione del proprio nucleo familiare [1].

Anche l’insegnamento, quindi, come tutte le altre professioni di aiuto può stancare e, alla lunga, far ammalare le persone.

La professione docente: qual é la caratteristica distintiva?

Volendo rendere giustizia agli insegnanti, vittime spesso di pregiudizi (es. hanno troppe ferie, lavorano poco, non sono professionalmente competenti, ecc..), è possibile dire che la professione Docente in Italia sia una professione dura. Infatti, in Italia i docenti sono tra coloro che più di altri sembrano essere a rischio di sviluppare forme di malessere che si collegano al burnout. In particolare, negli insegnanti che si ammalano si riscontra il rischio di sviluppare disturbi psichiatrici in misura doppia rispetto ad altre professioni [2].

Tuttavia, in questa sede non ce la sentiamo di dire che la professione docente sia in assoluto la più dura, perché ogni professione ha le sue difficoltà.

É importante sottolineare ciò, perché negli ultimi anni nel nostro Paese stanno nascendo due tendenze estreme:

  • da un lato non si parla di stress dell’insegnante o se ne parla solo in interventi spot;
  • dall’altro lato, nel tentativo di trovare una caratteristica distintiva della professione docente, se ne parla sempre più con la tendenza ad enfatizzare la pesantezza del lavoro rispetto alle altre professioni, prendendo come metro di paragone il tempo che gli insegnanti passano con gli stessi studenti (quotidiano e protratto negli anni), considerando questo un aspetto peculiare che dovrebbe sottolineare la pesantezza della professione docente rispetto ad altre.

Di fatto, ovviamente, ci sembra insensato non considerare il fenomeno del burnout.

Tuttavia, appare insensato anche considerare come elemento distintivo il tempo (inteso come lunghezza e quotidianità di rapporto). Sarebbe come dire che potrebbe essere utile insegnare ogni settimana o ogni mese in una classe diversa, per non avere rapporti prolungati con gli studenti. Con le varie proposte di aumento dell’orario di lavoro che stanno nascendo, quindi, se consideriamo la durata della relazione insegnante-studenti, dovremmo rassegnarci a pensare che sempre più gli insegnanti saranno condannati a crollare.

Fare paragoni tra professioni in base al tempo, estrapolando solo alcuni elementi, per fortuna non ha senso.

Se si entra nello specifico dei contesti, infatti, come si fa a paragonare una classe con un gruppo di pazienti psichiatrici, di malati di Alzheimer, di pazienti oncologici, di donne abusate, di vittime di disastro, ecc.?

Inoltre, come si fa a paragonare gli insegnanti con gli infermieri, con i chirurghi dei reparti oncologici pediatrici, con i terapeuti o gli avvocati che entrano in relazione con persone che hanno subito violenza, o con altre professioni?

Poichè questa operazione di confronto tra professioni rispetto alle caratteristiche negative ci sembra essere insensata, quì si sottolinea semplicemente che la professione dei docenti è dura.

Volendo trovare una caratteristica distintiva che caratterizza la professione degli insegnanti, tuttavia, quì si preferisce focalizzare l’attenzione su una questione fondamentale positiva: la professione docente offre un aiuto importante alle persone ma, per fortuna, questo aiuto non si rivolge ad una popolazione che nella sua interezza presenta patologie o che rischia la propria vita e, sempre per fortuna, gli insegnanti hanno la possibilità di vedere i giovani crescere e migliorare (anche se purtroppo alcuni entrano in percorsi altamente problematici ed anche se a volte è difficile riconoscere tali miglioramenti).

Tale modalità di percepire il problema, considerando una risorsa fondamentale,  aiuta a non fossilizzarsi su di esso e sottolineare che, pur nella durezza della professione, le possibilità di intervento a favore dei docenti non mancano, soprattutto perché possiamo ammette che l’insegnante è una persona che entra in rapporto con persone che nella maggior parte dei casi sono fondamentalmente sane.

Com’è allora che si sviluppa il burnout?

 

Le dinamiche patologizzanti

Cercando di affrontare la questione secondo un’ottica complessa, che non si riduce a spiegazioni monocausali, anche se l’ambiente è fondamentalmente sano, da un punto di vista eziologico il burnout a scuola può essere considerato come l’effetto risultante da una sorta di circolo vizioso, dove gli studenti esercitano la loro pressione sullo sfinimento dell’insegnante e l’insegnante esercita la sua pressione sullo sfinimento degli studenti.

Tale situazione è aggravata dal rapporto che gli insegnanti hanno con i colleghi di lavoro (a volte ci si pressa anche tra colleghi), con i genitori degli studenti, con i propri familiari e con gli altri individui presenti negli ambienti sociali in genere e, ovviamente, con le normative scolastiche e le richieste burocratiche.

Questa visione viene supportata dal fatto che, tra le cause che si rilevano particolarmente significative nel favorire il burnout dell’insegnante, i più importanti fattori di rischio percepiti dai docenti tendono ad essere: rapporti conflittuali con gli studenti; difficoltà di rapporto con gli allievi o i loro genitori; rapporti conflittuali con i colleghi e superiori; rapporti conflittuali con il contesto sociale esterno alla scuola [3].

Rispetto all’epidemiologia, invece, il rischio di burnout aumenta per gli insegnanti delle scuole Secondarie. Infatti, molto più spesso rispetto ai colleghi delle materne e delle scuole Primarie, gli insegnanti delle scuole Secondarie si trovano a dover gestire situazioni altamente problematiche e difficilmente controllabili [4]. Funziona un po’ come il detto: bambini piccoli comportano problemi piccoli; ragazzi grandi comportano problemi grandi.

Inoltre, sembra che le insegnanti siano un po’ meno colpite, rispetto ai colleghi maschi, perché riescono a mantenere rapporti più positivi con i colleghi [5].

Pertanto, il problema del burnout a scuola si sviluppa quando vi sono conflitti e continue o intense tensioni per l’insegnante e per gli studenti che, a lungo andare, possono danneggiare sia gli uni che gli altri.

Considerando ciò, una proposta specifica di intervento può essere legata alla promozione della prosocialità a scuola.

La prosocialità a scuola per la riduzione del burnout

Considerare la prosocialità per intervenire rispetto al burnout può sembrare un azzardo, quasi come a voler scommetere di poter intervenire con una sorta di intervento omeopatico per gravi problemi: poiché aiutare gli studenti stanca si introduce a scuola un qualcosa, la prosocialità, che è fortemente connessa con l’aiuto (ma non solo ovviamente).

Tuttavia, non è inensanto pensare che si possa tentare di prevenire l’insorgenza della sindrome del burnout nell’insegnamento con l’aumento della prosocialità a scuola. Una politica volta a favorire la prosocialità nella scuola, infatti, si traduce in un rapporto migliore tra insegnanti ed allievi e tra pari (intesi sia come adulti, insegnanti o genitori che siano, che come studenti).

In particolare questo può avvenire perché una politica della prosocialità a Scuola si traduce in:

  1. uno sforzo concreto degli insegnanti di non chiudersi in sè, cercando di supportarsi a vicenda tra colleghi, emettendo comportamenti prosociali reciproci;
  2. apertura degli insegnanti verso gli studenti, mostrando disponibilità a sostenerli;
  3. educazione degli studenti, frutto della corresponsabilità Scuola-Famiglie, improntata all’aver “cura” degli insegnanti, mostrando un atteggiamento di rispetto verso l’insegnante come persona;
  4. educazione degli studenti, frutto della corresponsabilità Scuola-Famiglie, improntata all’aver “cura” dei propri compagni, mostrandosi accoglienti e supportivi nei loro confronti.

Questa proposta collima con quanti sottolineano l’importanza di prevenire il burnout, per ridurre la diffusione del burnout nella struttura scolastica, eliminando il problema alla radice, anziché interessarsi ad esso tardivamente, con interventi rivolti esclusivamente ad insegnanti già colpiti [6].

Ad un livello sistemico, avere a cuore la prevenzione del burnout è un aspetto positivo che può generare vantaggi per molti: gli insegnanti e le loro famiglie e, ovviamente, gli studenti e le loro famiglie.

Soprattutto per gli studenti, di fatto, l’essere rispettati come esseri umani piuttosto che vedersi trattare come cose o numeri di registro (oramai elettronico)  sarebbe già un evidente beneficio. Inoltre, potersi rapportare ad insegnanti emozionalmente integri offre agli studenti anche il vantaggio di poter ricevere comportamenti prosociali dagli insegnanti come, ad esempio, ricevere un’adeguata comprensione rispetto alle proprie condizioni personali e sociali di disagio; veder favorita la distensione del clima di classe, anzichè lo sviluppo dell’ansia; avere un valido supporto per la motivazione allo studio [7].

Infine, come hanno dimostrato alcuni programmi basati sulla discussione in classe delle problematiche degli studenti, l’insegnante emozionalmente integro e competente è ritenuto effettivamente un’ottima risorsa e guida per gli studenti [8].

C’è bisogno di proteggere il benessere dei docenti. Dunque, non resta che lavorare per la diffusione della prosocialità a scuola: sarebbe un bene per tutti.

Cristian P.


[1] MASLACH, C. (1997). La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri. Assisi: Cittadella Editrice.
[2] LODOLO D’ORIA et al. (2004). Quale rischio di patologia psichiatrica per la categoria professionale degli insegnanti? La medicina del lavoro, 5, 1-16.
[3] FAVRETTO, G., & RAPPAGLIOSI, C. M. (1990). Lo stress dell’insegnante. Psicologia Contemporanea, 98, 50-55.
[4] FRANCESCATO, D., PUTTON, A., & CAPALDO, A. (1994). La sindrome del burnout negli insegnanti. Psicologia e Scuola, 70, 30-34.
[5] PINELLI, M. et al. (1999). Il burnout nell’insegnante. Rapporto tra aspetti di personalità ed esaurimento psichico. Psicologia e Scuola, 96, 4-14.
[6] FRANCESCATO, D., PUTTON, A., & CAPALDO, A. (1994). Op.cit.
[7] FRANTA, H. (1985). Relazioni sociali nella scuola: promozione di un clima umano positivo. Torino: SEI.
[8] FRANCESCATO, D., & PUTTON, A. (1995). Stare meglio insieme. Oltre l’individualismo: imparare a crescere e a collaborare con gli altri. Milano: Mondadori.

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